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CORSO CONCILIATORI
 

Corso su LA NUOVA FIGURA DELL’AVVOCATO ALL’INTERNO DEGLI SPORTELLI “ANTIVIOLENZA”

L’Associazione “Le Toghe” 

assieme alla

  MEDE@   
     
 

presentano

 

 

LA VIOLENZA DI GENERE

La nuova figura dell’avvocato

all’interno degli sportelli “antiviolenza”

 

PROGRAMMA

 

 

LE LEZIONE SI TERRANNO

 

OGNI 2 E 4 SABATO DEL MESE A PARTIRE DA SABATO 18 GENNAIO 2020

DALLE ORE 10.00 ALLE ORE 18.00

CON PAUSA PRANZO DALLE ORE 13.00 ALLE ORE 15.00

PRESSO viale di Val Fiorita n. 90

 

SVOLGIMENTO DEL CORSO SU DUE MODULI PENALE, CIVILE.

20 LEZIONI TOTALI – 10 DI PENALE – 10 DI CIVILE

ED ESAME FINALE

CON UN NUMERO MASSIMO DI 30 PARTECIPANTI

 

I PARTECIPANTI AL CORSO, AL FINE DI CONSEGUIRE L’ATTESTAZIONE, VALEVOLE PER L’ISCRIZIONE AGLI SPORTELLI “ANTIVIOLENZA”, ED IL RICONOSCIMENO DEI CREDITI FORMATIVI, DOVRANNO AVER MATURATO L’80% DELLE PRESENZE E AVER SUPERATO L’ESAME FINALE.

LA QUOTA PER L’INTERO CORSO E’ DI EURO 500,00 (CINQUECENTO)

DA PAGARE PRIMA DELL’INIZIO DEL CORSO E

DA VERSARE IN UNA UNICA QUOTA A MEZZO IBAN

IT 18 U031 210000000240602 

BIC: BAFUITRRXXX

INTESTAZIONE MEDE@ ONLUS

BANCA DEL FUCINO

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BREVE CHIARIMENTO PRESCRIZIONE DEL REATO

UN BREVE CHIARIMENTO A CHI DEVE SAPERE

PRESCRIZIONE! 

A FIRMA DELL’AVV. SAVERIA MOBRICI E RIZIERO ANGELETTI

Involge il tempo e fa scemare gli effetti della condanna ove vi sia stata sentenza ancora non definitiva ovvero non consente di pervenirvi se si perfeziona prima di essa. Trascorso un segmento temporale predefinito, si estingue il reato. Il legislatore non si impegna oltre modo, evitando di cristallizzare un concetto imponendone la derivazione per deduzione. Marcatamente il tempo che decorre da un momento che il codice sostanziale indica nell’art. 158: reato consumato, cessazione della condotta nel reato tentato, cessazione della permanenza in quello permanente. Si ipotizza anche il caso della “punibilità condizionata”, ovvero quando le condotte si distinguono dalla condizione, futura ed incerta, che segna il dies a quo del termine per la prescrizione del reato. Si pensi, ad esempio, al reato di bancarotta per il quale il termine di decorrenza della prescrizione del reato viene individuato nel momento in cui viene dichiarato il fallimento della società.

Le condotte distrattive, dissipative o di occultamento della contabilità possono essere individuate in momenti totalmente diversi da quello della dichiarazione di fallimento – anzi quasi sempre lo sono – e, conseguentemente, condotte e termine di decorrenza della prescrizione non coincidono. Il tempo che trascorre, di per sé conta poco se ad esso non viene collegata la ragione giuridica e sociale sottesa alla prescrizione. Il reato si estingue, non perché trascorre il tempo e quel tempo, ma perché il trascorrere del tempo genera un affievolimento della ragione di Stato verso la punibilità del reo. Il legislatore si è occupato di contemperare gli interessi costituzionali delle norme di diritto penale con quelli degli scopi che attraverso la sanzione penale intende raggiungere. Si realizza un vortice inversamente proporzionale: all’aumentare del tempo dal commesso reato diminuisce l’interesse dello Stato alla punizione del colpevole.

Già qui si pongono in discussione alcuni problemi di compatibilità esistenziale. Lo Stato può abbandonare l’obiettivo della sanzione penale ogni qual volta il tempo trascorso dal commesso reato superi quello puntualmente previsto dalla legge? Ogni reato, minore o bagatellare ovvero grave e orripilante, è soggetto al principio della evaporazione dagli obiettivi dell’ordinamento? Già C. Beccaria sosteneva che i delitti atroci non dovessero e non potessero beneficiare dell’abbandono da parte dello Stato della speranza alla punizione del colpevole; viceversa per i reati meno gravi. Il contrappeso che consente di giustificare la permanenza in vita di un istituto quale quello della prescrizione del reato, può individuarsi in una duplice direzione: da una parte lo Stato e la funzione della pena, dall’altro la figura del reo.

Quanto alla prima, ricordiamo che vi sono norme contenute nella Costituzione che impongono allo Stato rapporti di connessione logica tra pena e funzione della stessa e tra processo accertativo e durata dello stesso.

La seconda parte del comma 2 dell’art. 27 della Carta costituzionale, cristallizza il principio di “rieducazione del condannato”. La sanzione penale alla quale il soggetto è tenuto a sottostare, ha un senso compatibile con la civiltà dello Stato solo ove il percorso obbligato che il condannato deve seguire conduca al suo termine alla risocializzazione della persona o alla sua rieducazione.

Ed è noto che maggiore è il tempo trascorso dal momento in cui il colpevole ha violato la legge al momento in cui inizia a decorrere l’applicazione della sanzione, minore è la possibilità che la sofferenza che comunque consegue alla espiazione della condanna produca l’effetto rieducativo o risocializzante. L’art. 111 nella seconda parte del comma 2 prevede che il legislatore attui tutte le proprie iniziative tese a garantire che il processo di accertamento definitivo della colpevolezza di un imputato sia di “ragionevole durata”. Le conseguenze derivanti da un prolungamento delle procedure di verifica appaiono agli occhi di tutti.

Quanto alla seconda direzione, quella relativa all’imputato, si pone la necessità di capire e stabilire se a questi spetti il diritto ad una agonia processuale limitata nel tempo o se, ad ogni errore che determini il conflitto con norme penali, si genera un percorso di accertamento che non avrà mai fine se non quando sarà pronunciata una decisione definitiva sulla regiudicanda.

Non condivido il pensiero di chi sostiene che l’istituto della prescrizione del reato si configura legittimo in quanto svolge funzione sanzionatoria dell’inazione del pubblico ministero.

A ragion del vero è assai chiara la portata costituzionale delle norme sopra richiamate. Residua, quindi, il dubbio se la ragione della punizione del colpevole sia tale da giustificare la irrazionalità dei tempi in cui l’Ordinamento risponde ai cittadini in punto di giustizia. Le malformazioni legislative e le incapacità oggettive degli uomini minano alla radice il senso della giurisdizione.

Attribuire lo scudo del “fine pena mai” anche con riferimento alla processualizzazione dell’accertamento dei fatti, senza una pur minima distinzione tra reati di particolare efferatezza che permangono nel tempo nelle coscienze umane e che, quindi, di conseguenza, sono meritevoli di attenzione da parte dello Stato anche oltre il ragionevole lasso del tempo che dovrebbe imporsi in un sistema ordinamentale che si ritiene minimamente civile, e fatti che non superano il livello criminogeno di quelli appena indicati, vuol dire non solo contraddire il profondo sentimento di negazione della “tortura” di Stato a chi, per volontà o colpa, si trovi ad inciampare negli errori della vita, ma porsi in stridente contrasto con la ragionevole durata del processo che con fatica l’uomo del diritto è riuscito a consolidare in un paradigma costituzionale.

avv. Saveria Mobrici

avv. Riziero Angeletti 

 
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